L’Italia verso la Terza Repubblica? Si fa il Governo 5 Stelle Lega, dopo un parto lungo e difficile. Si tratta di due importanti organizzazione politiche nate, come Forza Italia, molto dopo la promulgazione della nostra Costituzione e senza alcun legame storico, politico e culturale con i partiti  emersi agli albori dell’Italia repubblicana, in continuità con una tradizione più antica.

La differenza con l’esperienza di Silvio Berlusconi sta nel fatto che FI sentì subito il bisogno di entrare nel Partito Popolare Europeo, sulla base della forte esigenza di collegarsi alle grandi linee di una parte del pensiero politico del passato e, anche in questo, trovare una legittimazione più forte e più rassicurante.

Lega e 5 Stelle, invece, preferiscono seguire un percorso caratterizzato da una particolare specificità, in conflitto anche tra di loro, per rimarcare la rappresentanza di un’alternativa al cosiddetto ” sistema”.

Vale la pena di notare, comunque, che con Matteo Salvini la Lega tende a presentarsi sempre più come partito di destra e, paradossalmente, nazionalista o ” italianista”, lasciando alle proprie spalle le velleità più propriamente secessioniste di Umberto Bossi. Il futuro sarà in grado di raccontarcela tutta….

Si è parlato in questi giorni di una crisi inedita nella storia dell’Italia repubblicana. Non è proprio così perché criticità, anche gravi,  nei rapporti tra il Presidente della Repubblica, i partiti e il Parlamento non sono mancate nel passato.

L’elenco è lungo : il caso di Einaudi che impose alla Dc , nel 1953, il Governo Pella, definito “ amico” dal partito di maggioranza relativo; quello di Gronchi per il Governo Tambroni, nel 1960; le altrettanto successive crisi clamorose che coinvolsero i presidenti  Segni, Leone, Scalfaro e, infine,  Cossiga, in un duro scontro istituzionale con i partiti. Tre di questi ultimi presidenti della Repubblica furono costretti ad interrompere anticipatamente il loro mandato.

La diversità della vicenda di questi giorni, però, potrebbe essere rinvenuta nel fatto che si tratta della prima legata alla decisione del Capo dello Stato di difendere le proprie prerogative in materia di scelta dei ministri e in relazione all’adesione dell’Italia a trattati internazionali, in particolare a quello che ci ha inserito nel sistema monetario dell’Euro.

In questo senso, gli ultimissimi sviluppi dimostrano la validità delle posizioni di Mattarella e bene hanno fatto Di Maio e Salvini a rifletterci sopra,  anche a costo di rimetterci, in parte, la faccia.

Il Presidente Sergio Mattarella, però, ha tenuto il punto affinché ogni futura evoluzione si svolga all’interno dell’osservanza di tutte le regole previste dalla Carta costituzionale e, credo, che in questo senso, opererà laddove si tratterà di  intervenire soprattutto in materia di  impegni internazionali assunti dal Paese.

La crisi dei giorni scorsi ha portato in primo piano le prerogative previste dalla Costituzione per il Presidente della Repubblica che non ammettono molti dubbi, come dimostrano numerosi precedenti interventi del Quirinale. Molto più numerosi di quelli resi noti ufficialmente nel corso delle presidenze  Scalfaro e Cossiga, ampiamente citate nei giorni scorsi.

Ovviamente, tutto è opinabile, ma  Mattarella è obbligato a difendere certe prerogative proiettate oltre la sua persona. Altrimenti, questo sì, sarebbe da impeachment.

Il Presidente, che non può e non deve intervenire nella polemica politica in ogni occasione, come invece hanno potuto fare con prodigalità Lega e Cinque stelle, ha comunque detto delle cose che non ci erano state raccontate da Salvini e Di Maio con la stessa dovizia di particolari in merito agli sviluppi della crisi tra Presidenza della Repubblica e partiti:

1) Mattarella aveva indicato ai due esponenti politici e al Presidente incaricato Giuseppe Conte elementi precisi sul modo di procedere, senza ricevere obiezioni

2) ha lasciato loro tutto il tempo che volevano. Semmai, c’è stata qualche generosa ” forzatura” da parte sua rispetto alla prassi consolidata,  consentendo  ampi margini nei tempi e nelle modalità di gestione della crisi. In effetti, abbiamo assistito a cose davvero inedite e al di fuori del protocollo

3) i due esponenti politici, a ben guardare, avevano provato oggettivamente a sottrarsi alla definizione di un assetto ” politico” della maggioranza e dell’esecutivo. Cosa su cui Mattarella ha sorvolato al momento di accettare l’indicazione del Presidente incaricato, non eletto in Parlamento e senza avere alcuna esperienza istituzionale significativa. Poteva dunque apparire ragionevole la richiesta di mettere alla guida del ministero più importante un esponente politico. Sia ricordato per inciso: numerose ed animate sono state le polemiche suscitate dal fatto che, nel corso di occasioni precedenti,  sarebbero state affidate responsabilità a chi “ non è stato eletto da nessuno”. Una polemica che ha visto in prima fila, molto spesso, proprio esponenti della Lega e dei 5 Stelle. In sostanza, non è da escludere che il timore del Colle fosse quello che ci saremmo potuti trovare di fronte alla possibilità di assistere ad una guida ” eterodiretta” delle figure chiave del Governo con il rischio di vederlo messo in balia di partiti e movimenti  affatto intenzionati ad assumersi la responsabilità di stringere un vero e proprio accordo politico duraturo. Si trattava di dubbi legittimi per un Capo dello stato interessato alla stabilità di un esecutivo. Un governo nato in quel modo avrebbero potuto giungere ad una fine troppo prematura e vedersi trasformato in ” governo elettorale”… ed altro. Mattarella, dunque, ha chiesto una chiarezza ed una assunzione di responsabilità e la chiamata di Salvini e di Di Maio alla Vice presidenza del Consiglio dei ministri può essere valutata in questa prospettiva.

3) il Presidente della Repubblica deve preoccuparsi di tutti i punti che riguardano la Costituzione. Non a caso, nel corso del suo drammatico intervento che segnò la fine del primo tentativo di Giuseppe Conte,  ha parlato del risparmio degli italiani e delle prime conseguenze già emerse per un Paese obbligato ad affrontare il problema del Debito e dei  tassi d’interesse cui sono legati i mutui ed i conti pubblici degli italiani

Continuare con  la vulgata dell’Italia diretta dal di fuori dimostra la non conoscenza di Sergio Mattarella e conferma il livello di analfabetismo politico cui siamo stati precipitati negli ultimi 25 anni.

Attaccarsi a degli stereotipi per motivi propagandistici va bene, perché si punta ad una campagna elettorale continua, ma non serve per una effettiva soluzione dei nostri problemi. Anche quelli che non ci piacerebbe affrontare, ma che invece è necessario prendere di petto,  con una iniziativa autonoma, per il nostro stesso bene.

La fase che stanno vivendo  istituzioni e partiti è , in realtà, un segno ulteriore del passaggio dai vecchi paradigmi della consolidata tradizione parlamentare ad equilibri del tutto nuovo provocati dal successo di partiti e movimenti  che hanno fatto della cosiddetta battaglia anti sistema la loro caratteristica più significativa.

Siamo di fronte ad un mutamento  del tutto originale, destinato ad avere un’incidenza diretta ed immediata sull’assetto internazionale ed economico- finanziario del Paese,  come mai accaduto in precedenza.

Con questa trasformazione devono fare i conti anche quanti, all’interno del mondo cattolico italiano, sostengono la necessità di ridare voce ad una rinnovata partecipazione pubblica diretta verso il bene comune.

Una presenza non integralista, ma chiara ed il più possibile organizzata, orientata al recupero di quella visione della solidarietà in grado di costituire l’avvio di  un “ rinascimento” umano,  culturale, sociale ed economico di cui ha bisogno il nostro Paese e che può essere assicurato anche grazie  all’attuazione dei consolidati insegnamenti che chiamiamo Dottrina sociale della Chiesa.

Sullo sfondo della crisi  sono andate potentemente emergendo le questioni dei rapporti con il resto d’Europa e dell’impegno per una nuova gestione dell’Euro, su cui siamo già intervenuti recentemente anche noi di Convergenza cristiana ( CLICCA QUI ), così come nel caso del debito pubblico ( CLICCA QUI )”.

Convergenza cristiana aveva già commentato una parte del ” Contratto di Governo per il cambiamento” presentato da Di Maio e Salvini per la parte economica, con un intervento di Nino Galloni ( CLICCA QUi ), su ciò che riguarda la parte istituzionale e della Giustizia con Carmelo Giraudo ( CLICCA QUI) , e su Scuola e Famiglia con Elonora Mosti ( CLICCA QUI ). Adesso proviamo ad esaminare gli sviluppi della recente crisi istituzionale  perché le vicende di questi giorni hanno rivelato l’esistenza di un ampio ventaglio di opinioni, anche all’interno del mondo cattolico italiano, che, come nostro costume, accettiamo e proponiamo senza veti o imponendo uniformità di giudizio. Come al solito, si tratta di un confronto di opinioni libero ed aperto all’eventuale contributo di altri, in cui sono intervenuti, in ordine di tempo, durante i giorni della crisi, Gianni Di Noia, Carlo Di Salvo e Nino Galloni.

Giancarlo Infante

 

Partiamo da Gianni Di Noia che, grazie alla sua esperienza finanziaria, interviene  anche per quanto riguarda gli aspetti tecnici afferenti la reazione dei mercati.

“ Il primo impulso dopo i fatti di domenica scorsa ( intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nda )  è stato per ognuno di noi o di gridare al complotto, allo scandalo, oppure di osannare il salvatore della Patria.

Ma ciò che è successo è evidente, ed ha pure un precedente storico che non lascia dubbi né speranze.

Nel 2015 in Portogallo le elezioni politiche videro la vittoria di una coalizioni di sinistra dopo una campagna apertamente euroscettica a seguito delle dure politiche di austerity subite dal paese. Il Presidente della Repubblica lusitana, Cavaco Silva, decise incredibilmente di non affidare l’incarico di governo alla coalizione di maggioranza, proprio a motivo delle sue posizioni critiche sull’Europa.

Già in quell’occasione l’Unione Europea aveva dimostrato il suo vero volto antidemocratico. Chiunque vinca non può minimamente mettere in discussione le politiche dei vertici europei.

In questo,  Mattarella è stato sicuramente utile in fatto di chiarezza. Il balletto veto/ricatto sul nome di Paolo Savona è indicativo.

Il Presidente della Repubblica avrà certamente fatto ciò che gli è concesso dalla Costituzione, ma la motivazione addotta è sintomatica: Paolo Savona metteva paura ai mercati finanziari.

Avrebbe portato l’Italia fuori dall’Euro? Assolutamente no. Avrebbe invece potuto contrattare delle modifiche a quelle parti dei trattati europei che non si sono dimostrate valide per una uscita efficace dalla crisi. Parzialmente vero il timore per i risparmiatori detentori di titoli di Stato italiani, assolutamente falso il timore per i detentori di mutui.

Il Presidente Mattarella, però, ha spiegato che non si poteva andare contro i mercati finanziari: quelli erano gli interessi da difendere.

E’ il trionfo del capitalismo e dei poteri finanziari, una manifestazione di forza dell’Unione Europea capace di realizzare la Comunità Europea solo con l’arma del ricatto della moneta unica.

Il colpo di Stato è iniziato qualche anno fa. Oggi è solo più manifesto ed evidente.

Ha senso mettere Cottarelli al governo per qualche mese in attesa di nuove elezioni? Direi di no. A questo punto tanto valeva lasciare Gentiloni e gli altri ” compagni di merenda”. Ma il cambio conferma l’incapacità degli ultimi governi.

Alle prossime elezioni chiunque vinca non potrà non rispettare i ” diktat europei”. Anche se vincessero nuovamente Lega e M5S insieme. Esattamente com’ è successo in Portogallo.

Dal 2015 in poi la situazione in Portogallo è un po’ migliorata. Qualcuno la racconta come una grandissima ripresa. Dopo la vittoria degli euroscettici hanno dovuto attenuare l’austerity, l’economia ha ripreso leggermente  a girare, il Pil è risalito. Non è migliorata di molto, però,  la qualità della vita delle persone.

Possiamo invece dire che a livello mondiale un intero modello economico capitalista e finanziario ha mostrato tutti i suoi limiti.

Le critiche allo strapotere finanziario sono ampie e intellettualmente accertate. Anche la Chiesa, con l’ultimo documento della Congregazione per la Dottrina della Fede (Oeconomicae et pecuniariae quaestiones), ha nuovamente espresso severe critiche allo strapotere dei mercati finanziari. Ma al momento del dunque, quando si deve realmente contrattare un riequilibrio dei poteri che vada  a favore delle persone, di una società più umana, i nostri rappresentanti, politici, economisti, giornalisti ed intellettuali vari, anche quelli che si dichiarano cattolici, si schierano tutti a difesa dello status quo, impedendo il cambiamento. Chi invece si espone viene bollato come ” populista”.

Dopo questa premessa, provo a sintetizzare alcuni aspetti importanti dal punto di vista finanziario che più mi compete.

Una delle motivazioni addotte per la mancata nomina di Paolo Savona a ministro del Tesoro è stata quella che non sarebbe stato gradito ai mercati finanziari e, dunque, ci si sarebbe trovato di fronte ad un rischio per i risparmiatori.

Bene, occorre innanzitutto fare una considerazione fondamentale. Gli operatori finanziari importanti movimentano capitali notevoli che non posso essere spostati interamente da un momento all’altro.

Se un gestore di fondi internazionale vendesse in blocco tutti i titoli di un determinato stato provocherebbe un tracollo dei mercati dalla portata epocale; motivo per cui i gestori hanno un approccio speculativo nel senso letterale della parola che deriva dal termine “spècola”, (s. f. [dal lat. specŭla «osservatorio», der. di specĕre «guardare, osservare»]. – 1. ant. Luogo elevato, adatto per osservazioni astronomiche). In sostanza,  lo speculatore è colui che guarda lontano.

Infatti, i gestori al termine delle loro analisi, individuata la direzione di un probabile trend, iniziano gradualmente a comprare o a vendere i titoli analizzati e, per far questo, hanno bisogno di un certo periodo di tempo.

Il bravo gestore inizia a comprare mentre i titoli scendono (a prezzi bassi) per poi rivenderli mentre salgono (a prezzi alti).

Normalmente i piccoli risparmiatori fanno esattamente il contrario, comprano i titoli a prezzi alti (dopo che  sono saliti) e li rivendono a prezzi bassi (dopo che sono scesi).

Nello scenario attuale tutti pensano che i prezzi dei nostri titoli di Stato siano calati adesso a causa del balletto governo si / governo no. Eppure, i dati ufficiali dei mercati finanziari già da mesi certificavano che l’unico compratore netto di titoli di Stato italiani fosse la Bce. Praticamente nel compra/vendi giornaliero i principali operatori finanziari mondiali vendevano più titoli di quanti ne comprassero.

Il livello del prezzo dei nostri Btp è rimasto alto in questi mesi grazie al Quantitative Easing della Bce. Questo processo è iniziato prima ancora delle elezioni, motivo per cui molto probabilmente i mercati finanziari avevano già previsto che la nuova legge elettorale non avrebbe portato ad una coalizione vincente, cosa per la verità che dicevano in molti: gli speculatori si sono organizzati per tempo.

Il fatto che lo spread sia continuato a salire anche dopo l’incarico a Cottarelli conferma che la crisi sui mercati non era direttamente collegata al nome di Paolo Savona o alla formazione dell’eventuale governo gialloverde.

Tra l’altro, i rendimenti dei titoli di Stato italiani sono ora più vicini a quelli dei titoli americani che già da mesi avevano rialzato i tassi di interesse  creando una distorsione incredibile: il prezzo dei titoli di Stato italiani ed americani a confronto sembrava dire che quelli americani fossero considerati più rischiosi di quelli italiani. Cosa evidentemente non credibile e resa possibile solo dalla Bce che, con i suoi acquisti, ha falsato la percezione del rischio sui mercati finanziari.

Altro aspetto importante: è stato detto che un governo non gradito ai mercati avrebbe penalizzato i nostri risparmiatori.

In realtà, il risparmiatore che compra titoli di Stato è tendenzialmente cassettista, tiene cioè i titoli fino a scadenza, incassando senza alcuna variazione le cedole previste. Possono essere penalizzati solo quei risparmiatori che dovessero disinvestire i titoli prima della scadenza. Ma questo è un rischio collegato a qualsiasi strumento finanziario e che dovrebbe essere risaputo da un risparmiatore avveduto (ma questo è un altro discorso). Perché i prezzi dei titoli di Stato, come qualsiasi altro strumento finanziario, oscillano per definizione sempre. Solo un eventuale ” default” dell’Italia potrebbe arrecare un danno ai risparmiatori.

Sull’eventuale uscita dell’Italia dall’Euro c’è da dire che tale evenienza è analizzata da anni da tutte le case di investimento, proprio perché da bravi speculatori analizzano qualsiasi situazione con grande anticipo. Sono previdenti. Ebbene, i pareri sono assolutamente discordi sulle conseguenze di una uscita italiana dall’Euro. Addirittura,  alcune case francesi sono arrivate ad ipotizzare una possibile rivalutazione di una futura Lira. Di certo. in caso di svalutazione della Lira e dei nostri titoli, a rimetterci di più sarebbero gli investitori stranieri. Più di quelli italiani.

E’ stato detto che la crisi avrebbe colpito i sottoscrittori e detentori di mutui. In realtà, i mutui in Italia sono indicizzati a tassi di mercato europei: l’Euribor e l’Irs. L’Euribor è ai minimi storici da mesi (attualmente negativo), grazie alle politiche della Bce, mentre l’Irs è salito da qualche mese a questa parte, indipendentemente dalla situazione italiana.

Infine un’ultima considerazione. Ogni tanto ritorna di moda l’argomento dei misteriosi derivati del Ministero del Tesoro, acquistati anni addietro da importanti società finanziarie internazionali per proteggersi dall’aumento dei tassi di interesse sui nostri titoli. In sostanza sono come delle polizze assicurative per cui se i tassi di interesse salgono, riceviamo da queste società un rimborso rapportato alla quantità di titoli coperti da questi derivati. Se i tassi scendono è invece lo Stato a pagare un costo alle stesse società. Lo scopo è quello di stabilizzare il costo degli interessi sul debito pubblico.

Questi derivati sono però avvolti da un velo di mistero. Non si sa bene quanti siano e, guarda caso, se ne parla sempre quando, a seguito della discesa dei tassi ai minimi, siamo noi a dover pagare un costo. Non se ne parla mai in situazioni come quella attuale dove in un rialzo dei tassi porterebbe lo Stato a pagare un costo minore se non addirittura ad avere un rimborso.

In una fase come quella dei nostri giorni fare chiarezza sui dati relativi a questi derivati potrebbe consentire di avere un dibattito meno infuocato sui timori legati al rialzo degli spread. E ci sarebbe poi da discutere dei conflitti di interesse tra società di ” rating” internazionale e società di investimento. Ma questo è un altro tema di discussione che potrebbe essere risolto solo con la ben nota proposta di Nino Galloni di istituire una società di ” rating” indipendente per equilibrare gli effetti di questi ben conosciuti conflitti di interesse internazionali”.

Così interviene Carlo Di Salvo

“Rispetto a quanto indicato da Gianni Di Noia, ritengo importante fare alcune precisazioni:

  • Innanzitutto dubito che le posizioni critiche di Paolo Savona rappresentino l’unica o la più importante motivazione dell’ostracismo presidenziale; infatti secondo me era l’unico modo per poter contrastare un governo che aveva nel programma insita un’espansione della spesa corrente in un intorno dei 100 miliardi, elemento non sostenibile visto il rapporto deficit PIL e soprattutto quello tra debito e PIL. Le posizioni di Savona, poste nell’ambito di un programma che avesse guardato maggiormente agli equilibri di bilancio e semmai si fosse spinto maggiormente su una spesa per investimenti, non avrebbero incontrato alcuna opposizione del Presidente e forse anche della Commissione Europea.
  • La speculazione di breve periodo sullo spread legate alle vicende politiche italiane è una qualcosa di evidente anche se innestata in un trend, come dice Gianni, di rialzo dei tassi dei titoli di Stato italiani; ciò anche in prospettiva di una riduzione  e di un successivo azzeramento del programma di acquisto dei titoli italiani da parte della BCE. Intanto il collocamento all’ultima asta dei BOT ha comportato maggiori oneri per circa 80 mln rispetto a quella precedente (da tassi negativi a tassi superiori all’1%). Questi soldi sono usciti dalle casse dello Stato e entrati nella tasche di una quota di investitori istituzionali e di banche d’affari; non penso nelle tasche dei risparmiatori italiani visto che fino alla settimana scorsa i tassi sui BOT erano negativi e quindi non appetibili per i privati ma solo per le banche che li riutilizzano per il rifinanziamento BCE a tassi ancora più negativi. Voglio evidenziare altresì che sui tassi americani incidono anche tassi di inflazione attuali e prospettici superiori a quelli italiani e europei.
  • Sicuramente il cassettista italiano, che tornerebbe a comprare titoli di Stato con tassi superiori al 3%, sarebbe felice; molto meno l’italiano indebitato o che si indebiterà domani perché lo spread aggiuntivo caricato dalle banche sul tasso di riferimento (IRS o Euribor) sarebbe maggiore di quello attuale in quanto dovrebbe scontare una quota di rischio connesso con la residenza del debitore. Ovviamente in caso di default dello Stato non ci dovremmo stare a preoccupare tanto del risparmiatore ma soprattutto della massa di persone che si troverebbero senza lavoro o con redditi e pensioni ridotti o addirittura non corrisposti
  • Vista la storia della lira trovo difficile che un’uscita dall’euro sia così positiva almeno come impatto nei primi anni successivi all’evento (ma come si sa nel lungo periodo sappiamo tutti la fine che facciamo anche se confidiamo nella misericordia del Signore). Con l’uscita dall’euro i debitori in euro (famiglie e imprese) andrebbero in default se il tasso di cambio salisse a livelli simili a quelli dell’ECU agli inizi degli anni ’90.
  • concordo con Gianni che c’è un alone di mistero sui famosi derivati collegati al debito dello Stato e degli enti locali (dovrebbe fare chiarezza la Corte dei Conti ma non ha le competenze per valutare gli impatti sul bilancio dello stato di tali strumenti). Ricordo solo della notizia data sui famosi 10 mld (o anche di più) di derivati sottoscritti sotto Tremonti che però rappresentano una goccia nel mare del debito dello Stato (incluse amministrazioni locali) e quindi non mi aspetto effetti particolari sul debito e sul deficit. Sono molto più preoccupato per la quota di derivati sottoscritti dagli enti locali per ridurre il debito spalmandolo sui decenni successivi, ovviamente maggiorato di interessi.
  • Sui conflitti di interesse tra società di ” rating” e banche d’affari mi sembra sotto gli occhi di tutti. Dovrebbe essere costituita una società di ” rating” europea indipendente. Su questo aspetto l’UE potrebbe fare molto.
  • Concluderei dicendo che il debito non lo hanno creato le banche d’affari o l’Europa ma è tutto nostro (lo Stato ha speso più di quanto ha incassato) e ora siamo schiavi di chi ci deve prestare i soldi per rinnovare il debito. Una politica espansiva fondata sugli investimenti e sulla riduzione delle inefficienze dello Stato e della PA sono l’unica ricetta che possiamo presentare, con qualche speranza di accettazione, da parte della Commissione Europea. Presupposti sono un governo e un parlamento credibili e non mi sembra che possano esserlo”.L’Italia si considera uno dei perdenti all’interno dell’Eurozona. Una valuta parallela dovrebbe aiutare a uscire dalla crisi. Tuttavia, il paese dovrà probabilmente accontentarsi di un governo di transizione fino all’autunno.La produzione industriale italiana è ancora inferiore di circa il 20% rispetto al 2008. Il tasso di disoccupazione è dell’11%. Il paese si considera uno dei perdenti all’interno dell’Eurozona”.

L’economista Nino Galloni con un’intervista che abbiamo sommariamente tradotto da Deutsche WirtschaftsNachrichten          ( CLICCA QUI) interviene nel dibattito ritornando sulla proposta dell’introduzione di una moneta nazionale parallela all’euro e senza toccare quest’ultimo.

” La situazione è tale , dice Galloni,  che sono già emerse di fatto diverse monete metalliche nazionali da 2,50 5,00 e 10 euro. L’articolo 128 del Trattato di Lisbona, infatti, parla solo di banconote e monete metalliche aventi corso legale in tutta l’euro zona; qui, invece, stiamo parlando di stato note, biglietti di Stato è monete metalliche che girano solo sul territorio nazionale.Se l’unione monetaria avesse funzionato non si sarebbe arrivati fino a questo punto. Tuttavia, poiché l’Italia non può svalutare la propria moneta all’interno dell’Eurosistema, si deve seriamente pensare alla creazione di una moneta parallela emessa direttamente dal nostro Governo. Una moneta di questo genere dovrebbe essere valida solo in Italia e potrebbe anche essere usata, per esempio, per pagare le tasse.

Questo potrebbe significare l’introduzione di una massa monetaria del valore complessivo corrispondente ad un 1,5/ 2 per cento del nostro prodotto interno lordo. Ciò significherebbe portare un milione di giovani all’inserimento nel mondo del lavoro, con un reddito mensile di circa 1.500 euro.

Il maggior potere d’acquisto così creato potrebbe accelerare la ripresa ancora esitante dell’economia italiana e un miglioramento della situazione italiana sarebbe positivo anche per il resto dell’UE, all’interno della quale ogni paese sarebbe libero di agire in modo simile senza influire sull’euro che resterebbe come unità di compensazione e valuta di riserva.

Questo potrebbe far parte di una più complessiva, nuova strategia economica per affrontare i problemi all’interno dell’Eurozona.

Un altro problema è quello della crisi bancaria italiana in corso perché esistono ancora “ cattive posizioni” tenute nascoste.

Gran parte del cosiddetto “ cattivo” credito è dovuto al fatto che il prestito era basato sul fatto che le banche si appoggiavano a quelle che potremmo definire “ opportunità” di natura politica più che imprenditoriali. Ciò è emerso in maniera evidente nel caso del Monte dei Paschi di Siena o in quello delle banche venete. Ciò, al converso, ha significato che molte piccole e medie imprese con progetti promettenti non hanno ricevuto prestiti e in questo esiste una causa dell’attuale difficoltà del Paese. Tuttavia, la situazione è ancora più drammatica per molte altre importanti banche europee piene zeppe di titoli “ tossici”.

Tuttavia, il problema dell’euro in Italia è venuto alla ribalta in maniera impetuosa e ciò ha favorito il Movimento Cinque Stelle il quale ha varie volte proposto, addirittura, lo svolgimento di referendum sulla adesione l’Italia all’Unione monetaria.

La crisi ha avuto il pregio di far riflettere sulla necessità di trovare una via realistica e percorribile dei problemi emersi a causa di una cattiva gestione del sistema Euro. Credo che in questa fase, viste le complicazioni contingenti a uscire dall’Euro, debbano essere seguiti dei percorsi paralleli, del resto non esclusi dagli accordi in essere. Tra qualche mese peraltro, se finisse il Quantitative easing (o QE) della Bce, si attenuerebbe la compensazione degli effetti delle scelte più restrittive della Fed e la situazione spalancherebbe le porte ad un’immane crisi di borsa che consentirebbe alla Germania di calare la carta geopolitica di una rimessa in discussione di tutto l’euro”.

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