Negli ultimi giorni, subito dopo la dura bocciatura della “manovra” del governo Conte da parte della UE, si è avuta la netta sensazione che siano ormai arrivati al pettine i nodi posti all’Italia dal fatto di essere ineludibilmente parte dell’Europa. E di non poter, quindi, del tutto trascurare i vincoli che questa appartenenza ci pone.

Lo si è visto anche dall’emergere in primo piano dell’ipotesi di una privatizzazione di parte del nostro patrimonio pubblico, che potrebbe consentire – si dice – al Governo Conte di racimolare 18 miliardi di euro da gettare sul tavolo della “manovra” e renderla più credibile. Un’ipotesi , questa della privatizzazione, passabilmente allarmante, anche se dalle caratteristiche ancora non precisate e dall’esito incerto. Perché il rischio di diventare una vera e propria svendita è piuttosto alto, mentre assai meno chiaro rimane il volume delle entrate che realmente si otterranno.

Qualche interrogativo e qualche riflessione sono dunque inevitabili. Interrogativi che rischiano di portare ad un giudizio non proprio lusinghiero su alcuni – almeno – degli esponenti dell’attuale compagine governativa, e sulla politica economica che essi tentano di condurre. Non solo interrogativi sulla loro capacità di dar vita  indicare una strategia internazionale, in particolare europea e mediterranea, e ma anche riflessioni sulla loro acutezza e profondità di analisi delle situazioni con cui essi sono chiamate a confrontarsi.

Su questo tema ho incontrato il professor Giuseppe Sacco, partendo da un acuto ” retroscena” pubblicato Venerdì 16 Novembre da Francesco Verderami sul Corriere della Sera, grazie al quale scopriamo che il ministro agli Affari europei è “sorpreso” della reazione dell’Europa alla nostra manovra economico finanziaria…

Giuseppe Sacco – Il tono  elegantemente sarcastico dell’articolo di Verderami, gli accenni alla “colta e aulica” maniera con cui Paolo Savona – che giustamente Mattarella si era nettamente rifiutato di nominare al MEF – “esortava i giovani vice-premier a tenere duro con l’Unione” mostrano una amarissima ironia. E lo stesso vale per la “prosa argomentata” che “aveva fatto presa sui colleghi a digiuno di economia”, nonostante le obiezioni di Moavero, Giorgetti, Tria e “buon ultimo anche Conte”.

Il breve articolo de Il Corriere della Sera traccia il retroscena di un disastro politico, economico diplomatico, tanto grave che perfino uno “stupito” Savona sembra essersene accorto, al punto di dire «la situazione è grave». E di aggiungere, con ingenua franchezza : «non mi aspettavo andasse in questo modo»;  evidentemente senza rendersi conto di quale terribile giudizio queste sue proprie parole implichino sulla sua capacità di fare politica, e in definitiva anche sulle sue capacità di analisi delle situazioni concrete che, nel suo ruolo, si trova ad affrontare.

Giancarlo Infante – Questa presa d’atto significa il governo sta per cambiare linea a proposito della manovra e nei rapporti con l’Unione Europea? E come possono farlo gli stessi uomini che gridavano “Avanti Savona!”?

Giuseppe Sacco –  Per alcuni di loro sarebbe certamente assai difficile farlo.  E normalmente, in una situazione come questa ci si aspetterebbero le dimissioni di Savona. Ma, conoscendolo personalmente, non so cosa aspettarmi. E poi i tempi sono davvero stretti, anche per un rimpasto.

Giancarlo Infante – Un ammorbidimento della linea italiana nei confronti dell’Europa è stato però più volte ipotizzato da Tria,  che ha spesso parlato della possibilità di futuri tagli alla spesa, o comunque di modifiche alla manovra nel corso della sua attuazione.

Giuseppe Sacco – Un tentativo in questa direzione è quello che Verderami sembra prevedere. E Verderami è persona ben informata. Egli ne vede la prova nella nota con cui quello che viene – ahinoi – chiamato  “il Professore” ha voluto associarsi al premier per un «dialogo franco» con Junker, anche se “senza cambiare i numerini”. Solo che “a Bruxelles ritengono altrettanto francamente che non ci siano margini per dialogare.” Verderami spiega la posizione di Bruxelles in modo che più chiaro non si potrebbe. “Da settimane Conte preannuncia un imminente incontro con il presidente della Commissione, sempre rimandato. Ché poi, per parlarci ci aveva già parlato a ottobre: «E fu un colloquio molto teso», racconta chi l’ha vissuto. Più o meno sulla falsariga del rendez vous tra Tria e Moscovici, avvenuto a Roma, con il titolare dell’Economia a pregare il commissario europeo di rallentare il percorso verso la procedura, e l’altro a far la parte della volpe: «Noi rallenteremo, ma è chiaro che se qualche Paese ci chiederà di procedere…».

Giancarlo Infante – Insomma, lei mi risponde con le parole di Verderami?

 Giuseppe Sacco – E come si potrebbe dir meglio? Solo che Verderami, che è un analista politico, può limitarsi a illustrare lo Stato della questione,  ed a valutarne  la estrema gravità. Ma la risposta, trovare il modo per porvi rimedio, tocca a tutti quelli che sinora hanno mantenuto il punto che l’Italia deve cercare all’interno del quadro europeista la soluzione dei suoi problemi con Europa. E dove sono costoro? Quale idee e quali politiche effettivamente operabili hanno sinora proposto? Come si può tradurre in proposte politiche l’avvertimento del Cardinal Bassetti che non esiste un’Europa di ricambio?

Giancarlo  Infante – Verderami descrive come Savona, “l’ideologo dell’avanti tutta” contro Bruxelles abbia “visto smontato il suo teorema… pezzo per pezzo. Riporta poi il sintetico commentato di Giorgetti: «Un disastro». E ricorda come “quando si discusse sulla formazione del governo: un pezzo del Carroccio era contrario ai «professori» nell’esecutivo, dato che — fu spiegato a Salvini — «con Monti l’Italia ha già dato: far politica non è come tenere una lezione una lezione all’Università.”

Giuseppe Sacco –  In primo luogo, non ritengo che né Savona e neanche Monti possano essere visti come espressione rappresentativa del mondo accademico vero e proprio, cui invece appartiene Tria (che definire un “protetto” di Savona mi sembra un perfido tentativo di dare al lettore un momento di autentico buonumore). Si tratta di personalità che,  come formazione e come approccio alla realtà politica, fanno riferimento principalmente al mondo delle banche, un mondo che spesso tende ad essere presente nelle Facoltà di Economia e commercio. E, in secondo luogo, va detto che le critiche contro i professori”, fanno parte dell’ondata demagogica che ha travolto  l’Italia negli ultimi decenni, sono frutto della scoperta della forza che in politica ha l’ essere ignoranti.  Insomma di quel fenomeno  che ci ha regalato i leaders e gli influencers emersi negli ultimi tempi.

Giancarlo Infante – Verderami  però sottolinea anche una nota dissonante in questa non-considerazione in cui alcuni esponenti della maggioranza sembrano tenere gli accademici e i super-esperti. E scrive che “Salvini è stato riconoscente verso Draghi, nonostante da Francoforte il presidente della Bce avesse appena avvisato «i Paesi ad alto debito a non aumentarlo ulteriormente», spiegando che l’aumento dello spread è «causato dalla messa in discussione delle regole europee».

Giuseppe Sacco – E fa bene Verderami a sottolinearlo! Perché nei confronti di Draghi molti esponenti politici sia della maggioranza che dell’opposizione hanno mantenuto un atteggiamento assurdo e perfino offensivo, culminato nella pietosa aspettativa espressa da Di Maio che Draghi facesse “il tifo per l’Italia”. Draghi è un’importantissima personalità a livello europeo, e pensare a lui come un “santo in paradiso” a cui raccomandarsi nella migliore tradizione clientelare della politica nostrana è non solo ridicolo, ma anche pericoloso. Perché potrebbe danneggiare la percezione della equanimità di Draghi presso gli altri partners europei.  Francamente, credo che una persona meno imperturbabile,  al posto di Draghi, sarebbe diventata ancora più severa nei confronti del proprio paese d’origine, per scoraggiare il sospetto di troppa benevolenza.

 

 

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