Anche il contratto di governo tra Cinque stelle e Lega ha sullo sfondo un grande “ convitato di pietra”: l’Europa.

Sul contratto abbiamo appena pubblicato un primo intervento da parte di Nino Galloni ( CLICCA QUA ) che imposta la riflessione sul’accordo tra i due partiti usciti vincitori alle recenti elezioni sotto il profilo economico e finanziario, facendo, appunto,  i conti con l’Unione europea e gli altri partner dell’Italia.

Amata ed odiata Europa. In pochi anni, gli italiani sono passati dall’essere il popolo più “ filo europeo” al disegnarsi come uno dei più accoglienti del richiamo delle sirene che auspicano un’ uscita dall’Unione europea e dall’Euro. Probabilmente, in entrambi i casi, si trattò, e si tratta, di una conoscenza approssimativa di ben più complessi fenomeni storici, culturali, politici economici, oltre che istituzionali.

Il fatto è che l’acuirsi della  crisi degli ultimi dieci anni ha provocato  l’apertura di un dibattito senza, però, fare assumere al tema la dignità, come dovrebbe essere, di argomento principe e punto di partenza del ragionamento sulle nostre prospettive, di europei ed italiani.

In effetti, neppure i circa 70 anni di pace assicurati al Vecchio continente grazie all’avvio di un processo d’integrazione e collaborazione sono sufficienti ad articolare un giudizio più generale e realistico.

Invece, dobbiamo assumere la consapevolezza che la nostra dimensione europea è diventato l’argomento principe da cui far partire ogni realistico progetto sul futuro anche dell’Italia.  Del resto, pure  i toni ed i termini dell’accordo Di Maio Salvini confermano che questa consapevolezza si è diffusa persino tra  tutti coloro che hanno vinto le elezioni, ma provenendo da posizioni del tutto diverse e conflittuali con l’Unione.

Del resto, e ce lo ricorda alla fine di questo intervento Emilio Persichetti  lo sfondo è già attuale: le prossime elezioni Europee del 2019.

Le difficoltà nel rapporto tra italiani, ma non solo, con la dimensione sovranazionale del potere decisionale europeo  affonda in una serie di fattori che possono essere così sintetizzati:

  • a seguito della firma degli accordi, pure dall’Italia continuamente sottoscritti, sono giunti al pettine questioni che noi italiani non abbiamo voluto e saputo affrontare adeguatamente e per tempo. Noi di Convergenza cristiana siamo reduci da un dibattito sul debito pubblico che ha ricevuto un’attenzione importante, proprio  per le connessioni del tema con la dimensione europea ( CLICCA QUA  ). Sempre a proposito dell’Europa, come ricorda  Nino Galloni, avanzammo alcune proposte che possono essere raccolte ed implementate per definire una risposta nuova ed efficace anche sui temi economici e finanziari ( CLICCA QUA ), a partire  dalla messa in campo di un’agenzia di rating indipendente
  • questioni fondamentali, come quella della cosiddetta “ democraticità” delle istituzioni europee si sono allora imposte sulla base del fatto che i politici nostrani hanno ritenuto opportuno “ esternalizzare” nostre difficoltà  e ritardi oggettivi caricando su Bruxelles e Strasburgo antiche e nuove loro responsabilità
  • sono emerse più che mai le questioni legate al tipo di struttura e capacità decisionale che nel corso dei decenni hanno definito il determinarsi delle scelte dell’Unione, rendendo evidenti che l’entità istituzionale europea è diventata fragilissima e permeabile al peso degli interessi delle multinazionali e dei centri di potere di ogni genere i quali hanno trovato molto conveniente cominciare ad operare soprattutto in una dimensione sovranazionale perché più facile, più sicuro e meno costoso rispetto al disbrigo dei lori tornaconti paese per paese, anche se la forza delle attività delle  lobby nel nostro Paese,  affatto regolamentata, comunque continua
  • la struttura burocratica dell’Unione, così, ha assunto un potere smisurato producendo molto spesso, troppo spesso, decisioni vissute dai cittadini e dalle imprese, soprattutto quelle più piccole e con minore capacità di lobby, come vessatorie e astruse. Alla presenza incombente dello Stato italiano, carico già di regole contraddittorie tra di loro, destinate spesso a favorire i più forti, si è aggiunta per gli italiani una miriade di norme e regole comunitarie non sempre comprensibili  e giustificate se non dalla presenza di  un “ mercato” lasciato in balia di chi è in grado di dettarne le regole. A questo proposito, però, è necessario ricordare,  al tempo stesso,  l’effetto benefico che l’Europa ha portato grazie a norme sovranazionali tese alla maggior tutela del consumatore verso gli stati , le banche e le assicurazioni, oltre che nel campo dei servizi come quelli della telefonia e di altre forniture pubbliche. Altri elementi di forza dell’ esperienza europea sono sicuramente quelli del sostegno alla cultura, alla libera circolazione delle persone e del sapere
  • fenomeni imponenti, quale quello dell’immigrazione hanno fatto il resto, soprattutto grazie ai ritardi che molte entità nazionali hanno dimostrato perché hanno sottovalutato la portata epocale segnata dalla globalizzazione e il movimento di persone, informazioni ed idee assolutamente non paragonabili con altri momenti del cammino umano. E’ mancata, a partire dai nostri gruppi dirigenti, la capacità di prevedere, prevenire ed intervenire in modo intelligente ed efficace nell’emergenza che ha investito e sta ancora  investendo tutti i paesi europei. Anche i nostri ritardi, o il tentativo di raccontarci un mondo che non esiste più,  così, è stato più facile trasformarli in un’accusa verso i poteri decisionali europei.

Oggi, dunque, è venuto il momento di provare a portare la discussione attorno alle prospettive europee su di un altro livello.

Dobbiamo soprattutto uscire da un’ottica solo domestica ed accettare tutte le sfide che le nuove realtà economiche e politiche ci pongono.

Dobbiamo guardare  agli ulteriori processi d’integrazione dell’Unione, a partire  da una modifica dei Trattati in direzione della nascita di un’Europa federale. Forse solamente un nuovo assetto,  in grado di rispettare le nobili dimensioni delle tradizioni e consuetudini nazionali, e al tempo stesso dare forza al patrimonio comune, può superare i limiti dell’attuale organizzazione istituzionale. Resta comunque evidente, e le vicende del Mediterraneo e delle turbolente regioni più vicine ce lo ricordano quotidianamente, che abbiamo bisogno di una sola politica estera degli europei.  Così, come,all’interno dell’Unione di  una più decisa omogeneizzazione  delle politiche fiscali, di un più democratico controllo della gestione dell’Euro e delle finanze, di un allentamento della politica di austerità e di un ulteriore investimento a favore delle aree più attardate.

Il  nostro dibattito odierno sull’Europa, che portiamo all’attenzione dei nostri lettori, nasce da uno scambio di riflessioni tra alcuni amici, dopo la  lettura di  un articolo di Thomas Fazi ( CLICCA QUA  ) sulla storia e le motivazioni delle varie “riforme” della Comunità Economica Europea che l’hanno portata a diventare uno strumento di sfruttamento dei popoli da parte dei “detentori dei capitali”.

Sulle tesi di Fazi, Giancarlo Infante ha espresso il proprio dissenso perché, a suo avviso, “ accettare questo modo di ragionare  avrebbe lasciato il mondo all’età delle caverne”.

“ L’impegno degli uomini , dice Infante,  porta ai corsi e ricorsi della Storia, la quale è frutto del coinvolgimento o il disimpegno, dalla capacità di analisi o meno, da parte degli esseri umani. Le cose evolvono e regrediscono.

Intanto, chiariamo che l’Europa è un’entità democratica. Ci sono cose che non vanno bene, perché gli equilibri sono stati sbilanciati negli ultimi decenni a favore della finanza, della burocrazia di Bruxelles, e via dicendo,  ma abbiamo il Parlamento europeo, la Commissione e i consigli dei ministri sulle varie tematiche.

Quando l’Europa si è divisa, vedi vent’anni fa per la ex Jugoslavia, vedi gli interventi in Siria e Libia, i risultati sono stati catastrofici.

Il problema, quindi,  richiama le capacità d’azione da parte dei popoli e dei politici di ogni singola nazione ad intervenire nei luoghi opportuni e con la forza necessaria.

L’Europa di oggi è il frutto del fare, da parte di molti, e del non fare, da parte di altri, a partire dall’Italia.

Poi, non dimentichiamoci di quegli interessi tutti italiani che hanno contribuito a determinare la nostra attuale situazione. Tanto, poi, la colpa è della Germania…e l’incasso è delle banche italiane, di alcuni settori industriali ed economici nostrani, e compagnia cantando.

Noi, italiani, inoltre, dovremmo fare un monumento all’Europa che ci ha costretto ad introdurre norme e regole a favore dei cittadini e dei consumatori. Regole, purtroppo, recepite a modo nostro e, molto spesso, aggirate nella pratica dai grossi gruppi italiani e troppo spesso ignorate dai nostri legislatori e dai magistrati, di cui è notevole l’ignoranza in materia.

In una parola, credo che nostro compito sia quello di non abbandonarci ad un anti europeismo di maniera, e persino troppo facile, per impegnarci in una cosa più difficile: quella di ragionare in maniera meno domestica possibile e, soprattutto, credere che da un impegno serio, continuo, costante e coerente, possano venire cambiamenti sostanziali, a partire dall’ambito europeo.

Non vorrei che fosse più comodo continuare a seguire luoghi comuni invece di cominciare a ” fare politica” e costringere noi e gli altri connazionali a riflettere e a scommettere sulla necessità di un rinnovato impegno, unica cosa che può portare alla ” democratizzazione” dell’Europa”.

Gianni Di Noia ha sostenuto:

“ La non democraticità dell’Unione Europea è un dato di fatto riscontrabile da una lettura un minimo  attenta dei Trattati.

Il Parlamento Europeo ha un potere decisionale bassissimo.

La critica alla attuale struttura non può essere sottaciuta.

La questione diventa qui di scegliere di uscire da questa Unione oppure cercare di emendarla, cosa fattibile solo dopo aver diffuso una conoscenza del contenuto dei Trattati.

Mi viene facile pensare che un lavoro simile difficilmente te lo lascerebbero fare tranquillamente.

È non è questione di complottismo. È tutto scritto nei documenti ufficiali. Basta leggerli”.

Secondo Davide Gionco “  non dobbiamo confondere l’Europa con l’Unione Europea.
Su questo argomento ho scritto un articolo, qualche tempo fa. https://www.attivismo.info/tag/europeismo/

Dobbiamo questi decenni di pace in Europa, che non si vedevano da secoli, allo sforzo di molte persone, a partire dai padri fondatori della Comunità Economica Europea, De gasperi, Adenauer e Schuman.

Ma nel tempo, come l’articolo di Fazi spiega chiaramente, aggiunge Gionco, è successo che alcune lobbies hanno assunto il controllo delle istituzioni europee, arrivando a modificarne profondamente le finalità. In particolare il Trattato di Lisbona dice testualmente che l’obiettivo è mettere i vari stati in concorrenza fra loro, per accrescerne la “competitività” (sic!).
Ovvero si ha come obiettivo che nella comunità di stati vi siano alcuni che vincono ed altri che perdono a causa della minore competitività.

E in questo momento l’Italia è chiaramente dalla parte dei perdenti.

Solo ieri la UE ha comunicato a Trump che non accetteremo l’imposizione di dazi doganali e che risponderemo allo stesso modo.

La decisione è stata presa, al telefono, da Angela Merkel, da Emmanuel Macron e da Theresa May. Anche a nome dell’Italia.

La Commissione Europea non opera in modo democratico. La BCE non opera in modo democratico.
Ecco un esempio di come vengono prese le decisioni in Europa
https://www.youtube.com/watch?v=KUfKB_Bastg

Dobbiamo quindi chiederci se essere “europeisti” significhi perseguire il disegno velleitario di fare cambiare opinione a Francia, Germania, Olanda e Regno Unito o se non sia invece più semplice recedere unilateralmente dalle parti di trattati che sono in violazione della nostra Costituzione e che danneggiano il nostro paese, obbligandoci ad avere 7,3 milioni di persone che vivono nel disagio economico (dati ISTAT della scorsa settimana).

Io dico che non possiamo banalizzare la discussione tacciandola di “antieuropeismo”.

Io mi ritengo una persona molto europea, avendo studiato e lavorato in diversi paesi europei, avendo una moglie di un altro paese europeo e parlando 6 lingue europee.

Essere “europeisti” per me significa essere in favore di una Europa dei popoli che vivono in pacifica collaborazione fra loro, non in continua competizione e imponendo agli altri politiche economiche antisociali e insostenibili.

Per questo secondo me dobbiamo avviare una discussione sul modo di cambiare profondamente quello che è oggi l’Unione Europea.

Una strada potrebbe essere la scrittura di un nuovo trattato, fondato sui principi del padri fondatori e della nostra Costituzione, mettendo al centro la dignità delle persone, le famiglie, il lavoro per tutti e non gli interessi dei grandi capitali. Questo dovrebbe avvenire in tempi abbastanza brevi, in quanto i poveri che soffrono li abbiamo ora e non possiamo dir loro di attendere 20 anni.

Ma se questa strada si rivelasse non percorribile, ad esempio perché tedeschi e francesi non intendono cambiare, potremmo anche valutare la via di un recesso unilaterale, proponendo poi altre nazioni che siano d’accordo di realizzare l’Europa che vorremmo.

Peraltro nazioni come Polonia e Ungheria dimostrano come il battere i pugni sul tavolo, quando ci vuole, consente loro di mantenere una certa autonomia decisionale, senza farsi imporre decisioni che favoriscono le lobbies bancarie franco-tedesche a spese dei lavoratori del proprio paese” .

Giancarlo Infante è nuovamente intervenuto sostenendo che “ non c’è possibilità di confusione tra Europa ed Unione europea, perché oggi, sotto un profilo concettuale e politico, le due entità coincidono.  A suo avviso:

– il processo europeo non è una passeggiata e i nostri padri l’avevano intuito così bene che partirono da un accordo, apparentemente minimale, su carbone e acciaio

– Gli Stati Uniti d’America  hanno avuto di oltre 200 anni per diventare tali, dovendo confrontarsi, i colonizzatori, solamente con nativi armati di archi e frecce, una Spagna spossata e un Napoleone che, bisognoso di fondi per le sue guerre europee, cedette l’allora Louisiana che occupava una discreta parte degli attuali stati Usa orientali, per qualche soldo.

L’Europa, invece, nasce sulle ceneri di tre imperi economico militari( quello francese, quello austriaco e quello britannico) e su l’altro grande polo di traffici commerciali a livello mondiale, quale fu quello degli olandesi. Nasce, inoltre, sulle macerie dello strapotere economico e militare tedesco e sulle tombe di decine e decine di milioni di persone morte nella Prima e la Seconda guerra mondiale. Sorvoliamo sul patrimonio, e relativi problemi, delle composite ed antiche realtà mediterranee.

Pensare, così, di costruire un’entità nuova nei pochi decenni passati dalle coraggiose scelte di De Gasperi, Adenauer e Schuman sarebbe ardito. Forse ancora più ardito sarebbe il pensare che un simile progetto possa svilupparsi senza contraccolpi, squilibri e ritardi in una Europa fatta di popoli diversi, culture differenti, sensibilità non sempre coincidenti.

Non si tratta di sottovalutare o nascondere i problemi dell’attuale assetto europeo, bensì a trovare la via giusta perché un impegno costruttivo, tutto intero al processo unitario, possa segnare l’apertura effettiva di una fase nuova.

L’Europa è una somma di interessi. In parte convergenti, in parte no. L’Italia, per lungo tempo, ne ha tratto immensi vantaggi. Ha fatto delle scelte per proprie dinamiche interne. Come credo di averti raccontato a voce, non posso dimenticare la sintetica spiegazione di Marcora, allora ministro dell’agricoltura sul fatto che i francesi  tutelavano le loro vacche da latte e noi preferivamo creare l’Italsider di Taranto o dare i soldi alla Fiat per un’oggettiva coincidenza degli interessi del Pci e dei sindacati con Gianni Agnelli. L’Europa di oggi, insomma, abbiamo contribuito tutti a farla così com’é anche noi”.

Carlo Ranucci è intervenuto sostenendo che “ l’adesione alla moneta unica Euro, sottoscritta dal nostro Paese al pari degli altri partecipanti, comporta l’accettazione delle regole alla cui formulazione anche l’Italia ha partecipato. Ciò per difendere il valore unitario della moneta unica di fronte alla concorrenza delle altre valute in ambito mondiale. Questo significa, come noto, difendere il potere d’acquisto di tutti i cittadini europei nel complesso e quindi il loro standard di vita (benessere). Non è un semplice esercizio accademico o di pura vanità nazionalista, è un obbligo derivante da impegni assunti in campo internazionale. Ogni Paese dell’Eurozona è responsabile della difesa del valore della parte di moneta comune, pur piccola, che rappresenta. E’ quindi nell’interesse di tutti i partecipanti stare alle regole del gioco e vigilare affinché gli altri le rispettino. Non mi sembra che da quando è in vigore l’Euro il nostro Paese si sia distinto per osservanza degli accordi. Altri Paesi cosiddetti periferici si sono imposti sacrifici forti in quanto resisi consapevoli di marciare a ritmi superiori alle proprie possibilità (indice di produttività) ed ora, superata la crisi, viaggiano a ritmi sostenuti di incrementi di PIL di gran lunga superiori al nostro. Il nostro Paese, tra i più diseguali in fatto di equilibrio finanziario interno tra classi (vedi scala Gini), anziché agire per una più equa distribuzione delle ricchezze – premessa al rilancio della domanda interna, della produzione e dell’occupazione – ancora insegue (in buona parte) sogni di successo immediato di natura fortemente egoistica, dando il consenso a partiti che sostengono la flat tax. Da un punto di osservazione esterno, oggi l’Italia costituisce un anello debole dell’Eurozona, più debole anche dei Paesi periferici virtuosi appena citati: questi infatti si sono ristrutturati mentre noi ci stiamo ancora dibattendo nell’orgogliosa e presuntuosa difesa delle posizioni individuali. Siamo molto lontani, a mio giudizio, da comportamenti corretti e improntati a una politica di vera solidarietà europea. Perché tenere atteggiamenti conformi alle regole europee rappresenta un atto di vera solidarietà, altro che piagnucolamenti e richieste di elemosine a Bruxelles. Tale nuovo tipo di rettitudine, risulta conforme anche all’etica cristiana, il cui problema come sappiamo è alla radice della crisi sociale che ancora viviamo e della quale non si intravede la fine”.

Emilio Persichetti conclude con un ragionamento che pone sullo sfondo l’attenzione alle prossime elezioni europee ed alla necessità che il movimento politico dei cattolici parta proprio da quell’appuntamento per ritrovare le ragioni della propria presenza:

Mentre già ci rassegnavamo ad iniziare una nuova campagna elettorale in Italia, ecco che improvvisamente ha preso l’avvio un’altra e più seria campagna elettorale, quella vera, la campagna elettorale per le elezioni del Parlamento Europeo del prossimo anno.

Ha aperto le danze ad inizio crisi il brusco richiamo europeo alla correttezza dei conti e dunque una garbata sollecitazione all’aumento dell’IVA. Poi sono arrivate le severe parole del Presidente della Repubblica. Un monito chiaro a non scivolare verso sovranismi e nazionalismi.  Bisogna riscoprire l’Europa, ha affermato il Presidente nel suo discorso alla Conferenza ‘State of Union’ “ sottraendoci all’egemonia dei particolarismi senza futuro e di una narrativa sovranista pronta a proporre soluzione tanto seducenti quanto inattuabili, certa comunque di poterne addossare l’impraticabilità all’Unione”.  Poi è arrivato il giallo sulla uscita dall’euro e poi il rialzo dello ‘spred’ e via dicendo in un crescendo che andrà progressivamente in scena per il prossimo futuro.

Ed ecco, aggiunge Persichetti,  il tema ultimo e vero del confronto politico. Non il fantasioso contratto elettorale giallo verde, ma il ruolo dell’Italia nella Nuova Europa che è ormai da costruire e riprogettare ab  imis e dalle sue fondamenta.

Ciò che è apparso chiaro nella lunga crisi post elettorale è che è impensabile il rilancio dell’economia italiana e una nuova politica economica espansiva ed antirecessiva di cui abbiamo oltremodo bisogno, senza modificare e profondamente i trattati Europei. Su questi lidi politici approda il contratto giallo verde, e da questi lidi politici partono le preoccupazioni politiche di chi è abituato a ragionare.

Il  tema del partito dei cattolici di cui qualcuno ha frettolosamente celebrato i funerali ratificando l’annientamento del cattolicesimo politico e sociale nelle ultime elezioni politiche italiane, uscito  dalla porta rientra dalla finestra spalancata della politica europea. Il motivo assai semplice: non è possibile ricostruire l’Europa e modificare i suoi trattati senza l’impegno politico dei cattolici e senza una nuova stagione del movimento vitale e splendidamente fecondo che fu all’origine del Trattato di Roma, cui occorre ritornare. Questo il punto. E’ allora giunto il tempo di dare nuovo impulso e nuova forza agli ideali ed i fermenti che diedero vita oltre sessanta anni fa al grandioso movimento della Democrazia Cristiana europea. Fermenti e vita che non si ritrovano certo nell’attuale P.P.E.

Rivive in questo quadro come attualissimo benché lanciato nel lontano 2003 dal l’ammonimento di San Giovanni Paolo II :“L’Europa … per dare slancio alla propria storia deve…. riconoscere e recuperare con modalità creativa, quei valori fondamentali, alla cui acquisizione il cristianesimo ha dato un contributo determinante, riassumibile nell’affermazione della dignità trascendente della persona umana, del valore della ragione, della libertà, della democrazia, dello Stato di diritto e della distinzione tra politica e religione “ ( Ecclesia in Europa n. 109).

Un progetto di questo tipo può essere realizzato da forze politiche rese omogenee ed assimilabili tra loro dalla comune ispirazione e dal comune riferimento alla Dottrina Sociale della Chiesa.

Per vero, negli ultimi tempi, pur nell’indifferenza e nella disattenzione quasi generalizzata, sono affiorati e si sono profilati all’orizzonte segni importanti che vanno in questa direzione, così come sono affiorati altri che vanno in una direzione esattamente contraria.

Voglio citare certamente ed in primis il rapporto sulla Dottrina Sociale della Chiesa dell’ “Osservatorio Van Thuan” le cui conclusioni sono altamente apprezzabili e da porre a base di una attenta riflessione politica.  Ma anche la “ Dichiarazione di Parigi” firmata nel Maggio del 2017 da autorevoli ed importanti intellettuali cattolici tra cui lo studioso tedesco Robert Spaeman e l’ex Ministro dell’Istruzione Polacco Ryszard Legutko, corretta integrazione ed implementazione di quanto scritto nel rapporto dell’Osservatorio. La verità è che dopo la tragedia greca causata dal primato imperativo della volontà della Troika rispetto alla volontà popolare, e dunque del primato dell’Ordine nei conti attraverso una spietata svalutazione interna rispetto all’inderogabile primato del principio di solidarietà e sussidiarietà, il tema della ‘Governance’ europea e della sua democratizzazione è venuto prepotentemente alla ribalta. Segnalo con favore l’auspicio e la proposta dell’ approvazione di un Trattato per la Democratizzazione dell’Europa “T – Dem” così ben tratteggiato da intellettuali Europei di Spicco quali Stephanie Hennette e Thomas Piketty.  E’ vero l’avversario della democratizzazione europea ha molte facce e molti acronimi “ Mes”, “ Tscg”, “ six –pack” “ two – pack” e così via senza voler elencare l’intera serie di acronimi. Più brevemente la verità è una sola: esiste una Governance, fatta dalla casta opaca di burocrati sconosciuti e non eletti che si è preoccupata solo di consolidare una politica economica di austerità la quale ha fatto e disfatto a suo piacimento creando danni sociali gravissimi. E’ per esempio a questa casta opaca che si appoggia il gruppo degli otto paesi della UE guidati dall’Olanda con al seguito Svezia, Finlandia, Danimarca, Irlanda ed i tre paesi baltici i firmatari del manifesto” anti Macron” .

Abbiamo visto che non appena pubblicato, anche se in bozza,  il contratto giallo verde che si è applicato con una qualche superficialità al tema, la casta è intervenuta, lo spred si è rialzato, i richiami si sono induriti. La verità è che non esiste in Europa una forza politica omogenea e compatta che richiamandosi ai principi di solidarietà, sussidiarietà, ed “all’ affermazione della dignità trascendente della persona umana, del valore della ragione, della libertà, della democrazia, dello Stato di diritto e della distinzione tra politica e religione”. Senza di essa sarà ben difficile uscire dalla morsa mortale in cui siamo finiti e che sta portando l’Europa alla sua destrutturazione: la morsa tra aspirazioni sovraniste e particolariste di chi ha dovuto subire questa situazione rigida ed immodificabile, soffrendone e godendone i benefici, se ne è avvalso.

Ora i nodi sono venuti al pettine e la prossima campagna elettorale per la elezione del Parlamento Europeo si prospetta come momento decisivo e irripetibile, tale da permettere un quadro politico alternativo che consenta di cambiare rotta senza i traumi e senza le rotture che la superficialità giallo verde ed i conseguenti danni fanno intravedere. Occorre costruire una seria forza che richiamandosi alla grande tradizione del cattolicesimo politico europeo possa entrare in quel Parlamento e dare il colpo d’ala che al momento manca e purtroppo neanche si vede all’orizzonte.

E’ il momento che le varie agenzie cattoliche impegnate in politica in Italia inizino a coordinarsi tra loro ed a fare massa. Fare cioè quello che non sono state capaci di fare per le elezioni italiane del 4 Marzo. E’ il momento nel quale deve nascere un nuovo polo aggregativo verso cui tutti convergano e che abbia come perno i grandi ideala che sono stati della Democrazia Cristiana Europea; e poi che attorno a questo perno convergano tutti i movimenti ed i fermenti vitali che il Cristianesimo ha seminato in Europa e che ancora tengono in vita il grande ideale della unità Europea come ideale, di pace, di giustizia e di civiltà, della civiltà giudaico cristiana appunto.

Il tema è aperto e naturalmente va sviluppato, approfondito, ampliato. Convergenza Cristiana 3.0 lo sta coraggiosamente facendo attraverso le pagine della sua testata. Ma non basta. Occorre che seguano i fatti. Che segua la coscienza delle straordinarie difficoltà del momento e della necessità di mettere da parte individualismi e particolarismi a vantaggio del bene comune italiano ed europeo.

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